martedì, Aprile 16, 2024
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Sei di Destra o di Sinistra se…

Ho trattato nel libro (sei di destra, di sinistra o di centro, populista sovranista o radical chic? – la famiglia felice come sistema economico ideale) il significato di destra e sinistra visto dal punto di vista della domanda politica dei singoli individui in una prospettiva economica.

Dall’altro lato l’offerta politica è invece prodotta da partiti o movimenti che cercano di attrarre elettori esprimendo programmi politici rivolti ad uno o più’ versanti della domanda politica.

Per analizzare la domanda politica bisogna distinguere tra 2 dimensioni, quella individuale (legata alla funzione di utilità dei singoli individui) e quella sociale (che ci indica il tipo di relazione emotiva fra le funzioni di utilità dei diversi individui).

Partiamo dalla dimensione individuale.

La funzione di utilità individuale ci dice quanta utilità (ovvero soddisfazione) ci danno i beni (economici e non) di vario tipo che possediamo (anche il piacere di fare un certo lavoro e in genere l’autorealizzazione è una sorta di bene non economico). Un aspetto che va chiarito subito è che tale funzione di utilità è crescente sempre, cioè più beni nel senso suddetto abbiamo e più soddisfazione individuale (e sottolineo individuale) abbiamo. Questo vale anche per gli individui di sinistra (una prima affermazione che possiamo fare è che essere di sinistra non significa essere come normalmente si crede dei nuovi San Francesco che si spogliano di tutte le ricchezze). Tutti se guardiamo solo a noi stessi abbiamo sempre piacere nel possedere più beni. Cosa distingue quindi destra e sinistra da un punto di vista della funzione di utilità’ individuale, atteso che per tutti è crescente? In pratica se ci riferiamo alla dimensione individuale (e dunque alla forma della funzione di utilità) possiamo distinguere fra individui avversi al rischio sociale (di sinistra individualmente) ed individui propensi al rischio sociale (di destra individualmente). Un individuo di destra individualmente tenderà a rischiare di più economicamente di un individuo di sinistra individualmente. Un individuo di destra individualmente tenderà a preferire per se’ stesso per esempio un capitalismo all’americana piuttosto che all’italiana. Un individuo individualmente di sinistra tenderà invece a preferire una situazione meno rischiosa e più protetta all’italiana. Questo non significa che un individuo individualmente di sinistra non possa rischiare ma per rischiare richiede un premio. Se gli offrono un milione di dollari l’anno presumibilmente anche l’individuo individualmente di sinistra va a lavorare in America assumendo il relativo rischio. In pratica essendo la funzione di utilità comunque crescente un reddito di un milione di euro determina per capirci una utilità molto alta anche nell’individuo di sinistra che compensa, detto in modo improprio ma per capirsi la «disutilita’” provocata dal rischio.

Esistono poi ovviamente varie intensità nell’essere individualmente di sinistra o di destra a seconda della forma specifica della propria funzione di utilità. Esistono soggetti individualmente di sinistra o destra più o meno moderata o estremista. Esistono anche gli individui di centro che sono di sinistra quando il sistema è troppo a destra (c’è troppo rischio) e sono di destra quando il sistema è troppo a sinistra (c’è poco rischio) e tendono quindi a portare il sistema in una posizione centrale intermedia rispetto al rischio.

Quindi individualmente essere di sinistra o di destra si riferisce ad amare o non amare per se’ stessi il rischio sociale.

Chiaramente è fondamentale in un sistema economico che sia orientato alla produzione del reddito che esista un numero sufficiente di individui propensi al rischio sociale (individualmente di destra) che svolgano tipicamente l’attività imprenditoriale che è appunto la più rischiosa.

Passando alla dimensione sociale dell’essere di destra o di sinistra dobbiamo introdurre il concetto di funzione di solidarietà che lega le funzioni di utilità dei singoli individui. Tanto più si è solidali con una altra persona tanto più si gode della sua utilità (o soddisfazione). Se si odia invece una persona si gode della sua infelicità (solidarietà negativa). Esempi di solidarietà negativa si hanno normalmente verso la popolazione criminale, e si sono avuti tragicamente nella storia ad esempio nel nazismo.

Conseguentemente tanto più si è solidali con altre persone (tipicamente più povere di noi e di sinistra cioè tanto più si è socialmente di sinistra) tanto più si distribuisce il reddito verso quelle persone. Donare a tali persone infatti massimizza la propria utilità complessiva formata dalla propria utilità individuale sommata all’utilità degli individui verso i quali si è solidali ponderata per l’intensità della solidarietà (ovvero per il valore della funzione e di solidarietà). Questo avviene tipicamente nella famiglia felice forma di organizzazione dal punto di vista economico perfetta.

La redistribuzione è dunque una conseguenza della solidarietà (che lega emotivamente le funzioni di utilità di più soggetti) come del resto è facilmente intuibile oltre che matematicamente dimostrabile. Addirittura si dimostra che nel caso teorico e non reale che i soggetti avessero tutti una uguale funzione di utilità individuale di sinistra e fossero legati l’un l’altro dall’amore universale cristiano, massima espressione dell’essere socialmente di sinistra, si avrebbe una redistribuzione totale in parti uguali del reddito fra i diversi soggetti. Questo come detto in realtà tende ad avvenire tipicamente solo nella famiglia felice.

Chiaramente possono esserci diverse combinazioni nell’essere di destra o di sinistra individualmente e socialmente:

  • Individui totalmente di sinistra sia individualmente che socialmente,
  • Individui totalmente di destra sia individualmente che socialmente,
  • Individui individualmente di sinistra e socialmente di destra (cosiddetti populisti sovranisti),
  • Individui individualmente di destra e socialmente di sinistra (cosiddetti radical chic).

Nonostante l’accezione negativa e dispregiativa che si da’ normalmente al termine radical chic, forse occorrerebbe rivalutare l’importanza della loro presenza nel sistema economico in quanto favoriscono la crescita accettando per se’ stessi il rischio sociale (sono individualmente di destra) e favoriscono la redistribuzione (sono socialmente di sinistra).

Si può concludere quindi che in un mondo economico moderno è necessaria l’iniziativa imprenditoriale individuale soprattutto ad esempio nel creare Start Up (abbiamo detto della importanza dei soggetti che rischiano cioè individualmente di destra per la creazione del reddito). Le Start Up appunto vanno quindi regolamentate con interventi di politica economica di destra (flessibilità del lavoro, agevolazioni fiscali etc.).

Mentre per esempio le aziende cash cow (popolate tipicamente da individui di sinistra individualmente) e che hanno una funzione sociale importante andrebbero regolamentate con interventi di politica economica di sinistra. Come dico nel libro quindi il bravo politico dovrebbe essere almeno dal punto di vista della politica economica non di destra o di sinistra ma selettivamente di destra e di sinistra per favorire l’utilità sia dei soggetti individualmente di destra che dei soggetti individualmente di sinistra.

Fatta questa premessa metodologica cerchiamo di capire cosa sta accadendo nel nostro mondo con riferimento a due temi fondamentali come la tecnologia e la globalizzazione.

Partiamo dalla tecnologia.

Credo che il socialismo inteso come idea di un mondo di pari opportunità tra gli individui è senz’altro vivo. Ma il socialismo reale inteso come sistema tecnico economico di funzionamento della società è definitivamente morto. Questo perché come dicevamo prima l’iniziativa imprenditoriale degli individui è ineliminabile in un sistema economico moderno post industriale e non si può prescindere da soggetti individualmente di destra. La differenza è che nel primo capitalismo industriale l’imprenditore (individualmente di destra) aveva necessità di un lavoro di Back Office alienante delle masse (tipicamente la catena di montaggio); si determinava quindi una contrapposizione fra l’imprenditore (inteso come una sorta di lavoratore creativo che immaginava i mercati di sbocco dei prodotti) e classe dei lavoratori in senso stretto (intesi come macchine alienate da un lavoro di Back Office); oggi invece il lavoro di Back Office grazie allo sviluppo appunto della tecnologia, che è uno dei temi fondamentali del nostro mondo, è sempre più svolto delle macchine e sembrerebbe nell’opinione comune che stia togliendo il lavoro e quindi la dignità alle masse. È tutto il contrario. La tecnologia sempre più sta liberando l’uomo da un lavoro abbrutente di Back Office per regalargli delle opportunità di lavoro creativo rispetto alle quali opportunità dobbiamo essere tutti uguali appunto. Le macchine non sostituiranno l’uomo nel lavoro ma lo libereranno dalla dimensione abbrutente dello stesso per regalargli una opportunità di utilizzo del proprio tempo più “umano”. Si profila a mio avviso, grazie alla tecnologia, una nuova società creativa di relazioni interpersonali più o meno svincolate da un concetto di lavoro in senso classico in quanto il lavoro diminuirà.

Per quanto riguarda appunto la tecnologia amo fare un esempio che faccio a mia figlia adolescente sulla fabbrica di banane.

Ipotizziamo che in una fabbrica di banane si producano 3 banane con 3 lavoratori (nell’ipotesi di scuola che non ci sia l’imprenditore ad ogni lavoratore spetta una banana). Immaginiamo che con una innovazione tecnologica (es. agricoltura verticale) si riescano a produrre nello stesso terreno 6 banane con 3 lavoratori ovvero sempre 3 banane con metà del terreno e con la metà del tempo dei 3 lavoratori. È evidente il vantaggio per tutti dell’innovazione tecnologica ed in particolare modo per i lavoratori che per l’aumentata produttività del lavoro potrebbero guadagnare il doppio a parità di lavoro o lo stesso con la metà del lavoro. Perché allora in un mondo sempre più tecnologico questo non funziona? È semplice. Perché chi porta la tecnologia si prende 4 banane creando un disoccupato e questo è il motivo per cui Jeff Bezos (il fondatore di Amazon) e l’uomo più ricco del mondo, mentre Amazon sta creando molta disoccupazione nel mondo. Ma se si riuscisse in qualche modo a contenere questa dinamica distruttiva (attraverso il vecchio adagio lavorare meno lavorare tutti) la tecnologia sarebbe un fattore positivo liberando l’uomo dal giogo del lavoro più abbrutente.

Questo non elimina il concetto di competizione nella creatività anche imprenditoriale  ma elimina lo sfruttamento di masse alienate da un lavoro di Back Office abbrutente da parte di una élite creativa. La competizione creativa determinerà la distribuzione meritocratica dei beni non riproducibili con la tecnologia come ad esempio il territorio. Anche il territorio oggi meno appetibile potrà essere comunque abbellito e riqualificato grazie alla tecnologia delle costruzioni. Rimarranno i mestieri creativi che tendenzialmente la macchina che non prova emozioni non può fare (ma che può aiutare a fare) come l’architetto, il cuoco, il pittore, il musicista, lo stilista di moda ma anche il ricercatore universitario, il medico, l’insegnante o il consulente nella sua accezione più ampia (anche i bancari/banchieri saranno in futuro – speriamo – sempre più dei consulenti), etc.

Si determina un nuovo mondo di relazioni caratterizzato da una imprenditorialità diffusa dove l’uomo non è più lavoratore che rivendica un diritto di libertà dal lavoro sotto forme di lotte di classe ma è imprenditore diffuso che le macchine aiutano a realizzare il proprio sogno nel cassetto. Sembrerebbe porsi un tema di “adeguatezza” delle masse rispetto a questa nuova creatività diffusa del lavoro. In realtà la tecnologia se guidata da un concetto di redistribuzione corretta da parte della politica (impedendo all’imprenditore tecnologico di prendersi 4 banane) tende a ridurre la problematica di competitività nel consumo rendendo possibile il consumo diffuso a basso costo di molti beni da parte di tutti. Si determina quindi un nuovo concetto di lavoro non più orientato all’accaparramento competitivo da parte di alcuni soggetti di capacità di consumo, ma caratterizzato dall’utilizzo del tempo da parte degli individui orientato alla socializzazione relazionale e anche culturale tra gli stessi. Avremo più tempo libero da lavoro alienante e abbrutente (che tenderà a scomparire) e la nuova scommessa sarà occupare in modo umano e gratificante per tutti il tempo liberato. Oltre ai lavori creativi per inciso sarà a mio avviso importante il trasferimento della cultura fra generazioni (educazione) e tra soggetti (dibattito culturale). Quindi finito il lavoro abbrutente non finisce l’uomo ma inizia una società che si deve preoccupare di organizzare il maggiore tempo libero con attività gratificanti per i singoli individui. Del resto non dobbiamo temere che le macchine sostituiscano l’uomo. Le macchine non provano emozioni e quindi non saranno mai in grado di sostituire l’uomo autonomamente nei processi decisionali in condizioni di incertezza. Questa potrebbe essere a mio avviso la nuova scommessa socialista o comunque la vogliamo chiamare.

Dunque come detto la destra e l’iniziativa individuale imprenditoriale e tecnologica sono fondamentali per la creazione del reddito.

Una corretta redistribuzione del reddito ed in particolare del plusvalore che deriva dalla tecnologia operata con corretti strumenti di politica economica (e favorita in un ambiente socialmente di sinistra) può massimizzare i benefici potenziali per tutti dell’innovazione tecnologica.

Introduciamo ora un secondo tema critico, quello della globalizzazione.

Il welfare è un primo elemento di redistribuzione del plusvalore tecnologico. Ma molti imprenditori lo aggirano in un mondo globalizzato producendo in paesi senza welfare. È un cane che si morde la coda. L’imprenditore per massimizzare il profitto produce in paesi senza welfare e vende liberamente le merci nei paesi con welfare operando di fatto una concorrenza sleale. Questo crea disoccupazione nei paesi con welfare e aumenta la necessità di welfare in tali paesi favorendo quindi ulteriormente i processi di deindustrializzazione in un pericoloso circolo vizioso. La prima idea di politica economica che quindi propongo è la tassa sul welfare che è un primo strumento possibile di redistribuzione.

In sostanza se due mercati sono segmentati nella legislazione del lavoro non possono avere un mercato delle merci libero.

È necessario imporre alle aziende che producono in paesi senza welfare una tassa (o dazio) sul welfare nel momento in cui esportano in un paese con welfare. Questo meccanismo può nel brevissimo termine riprodurre condizioni di concorrenza leale fra i paesi e nel breve termine a parer mio può esportare nel mondo il welfare, che se vogliamo è un obiettivo ancora più importante. I paesi che pagheranno la tassa sul welfare tenderanno infatti per non pagarla più ad avvicinare il welfare dei propri lavoratori a quello dei paesi più sviluppati. Si tratta quindi di una misura per certi versi di destra (per la sua valenza sovranista e protezionista- si tratta comunque di un dazio) ma che realizza un importantissimo obiettivo di redistribuzione (di sinistra) attraverso la diffusione del welfare a livello mondiale. Poi crea anche, tra l’altro, nuovi mercati di sbocco delle merci.

Tuttavia il welfare è a volte insufficiente perché alcuni imprenditori tendono a diminuire troppo il rapporto fra costo del lavoro e profitto imprenditoriale tecnologico anche in paesi ad alto welfare (vedi esempio della fabbrica di banane/Amazon). Può essere utile per questo un altro strumento di politica economica che propongo, cioè una tassa sull’eccesso di profitto generato oltre un rapporto “fisiologico” stabilito in funzione del tipo di settore fra profitto e costo del lavoro.

Questa è una misura esplicitamente di sinistra a mio avviso necessaria per evitare come dicevamo che l’imprenditore tecnologico si prenda 4 banane determinando la estrema polarizzazione tra grandi ricchezze ed estreme poverta’ di cui parlavamo prima a riguardo della tecnologia.

Per redistribuire un ulteriore strumento è l’imprenditorialità diffusa. Per esempio la partecipazione dei lavoratori in parte al profitto attraverso azionariato diffuso che dovrebbe essere fiscalmente incentivato.

Se è vero infatti tornando al tema iniziale che per la redistribuzione è importante una prevalenza di soggetti socialmente di sinistra, è pure importante come detto in un mondo che sarà ad imprenditorialità diffusa quasi in assenza di lavoro di Back Office che i lavoratori si spostino individualmente (e sottolineo individualmente) più a destra accettando una almeno parziale variabilità del salario e quindi in sostanza più rischio. Il rischio nel sistema economico va distribuito perché altrimenti viene concentrato in pochi imprenditori e banche e questo genera o un freno alla crescita o un forte potenziale di instabilità se questi pochi operatori gestiscono male e falliscono.

A parte le misure qui proposte che favoriscono la redistribuzione, da un altro punto di vista è pur vero che anche i meccanismi automatici del mercato, come sostengono i neoliberisti tendono a riportare l’equilibrio. Tecnologia e concorrenza tendono ad abbassare i prezzi e dunque ad alzare i salari reali. Ma non si può lasciare neo-liberisticamente l’aggiustamento al solo mercato perché questo avverrebbe nel lunghissimo termine e “nel lungo termine siamo tutti morti” come diceva Keynes.

La redistribuzione deve essere dunque il faro delle politiche economiche dei prossimi decenni in un mondo polarizzato tra pochi sempre più ricchi e da sempre maggiore povertà a causa dei fenomeni di cui abbiamo parlato causati essenzialmente da una non gestione politica degli effetti economici di tecnologia e globalizzazione.

Così come l’economia è globalizzata anche le misure di politica economica devono essere globali (la tassa sul welfare non funziona se la applica un solo paese) e quindi devono essere prese non da oligarchie (e’ noto come le principali banche centrali, come la BCE ad esempio, siano private e in mano a pochi banchieri) ma devono essere generate da processi democratici sovranazionali.

Alcuni dati per contestualizzare quanto abbiamo detto.

La ricchezza mondiale è di circa 280.000 miliardi di dollari ma nel mondo aumentano i poveri e aumentano le ricchezze dei pochi ricchi. Un dato allarmante è il numero di individui che ancora oggi sopravvivono con meno di 5,5 dollari al giorno, si parla di 3,4 miliardi di persone. Oggi, la metà più povera della popolazione globale possiede collettivamente meno dell’1% della ricchezza mondiale, mentre il 10% più ricco degli adulti possiede l’82% di tutta la ricchezza e il primo 1% ne possiede addirittura quasi la metà.

Se ci focalizziamo  invece sul reddito, il pil mondiale nominale è di circa 85.000 miliardi di dollari. Il pil mondiale a parità dei poteri di acquisto (quello che conta) è di circa 140.000 miliardi di dollari.

Essendo gli uomini 7,7 miliardi con la media dei polli di trilussa  il pil pro capite mondiale a parità dei poteri di acquisto è di circa 18.000 euro. Se per assurdo dividessimo il reddito annuo e la ricchezza mondiale in modo uguale fra tutti gli uomini una famiglia di 4 persone potrebbe vivere con 72.000 dollari lordi all’anno e avrebbe una ricchezza di circa 150.000 dollari. Le risorse dunque ci sarebbero per tutti e forse ci sarebbe spazio per una crescita anche minore e più sostenibile.

Ma, ancora più grave, in un articolo di World Bank del 2018 si dice che il 10% della popolazione mondiale (circa 770 milioni di persone) vive sotto la soglia dell’estrema povertà stimata in 1,9 dollari al giorno. Da questo ambito si determinano 8,8 milioni di morti per fame all’anno. In un mondo di sfacciate ricchezze è intollerabile che ci si preoccupi, giustamente, dei morti per Covid che sono morti “nostri” ma non si faccia nulla per 8,8 milioni di morti all’anno per fame di cui un 30% bambini sotto i 5 anni…

World Bank indica la risoluzione graduale del problema auspicata nel 2030 attraverso la crescita del reddito mondiale. Ma questo significa ad occhio e croce accettare altri 50 milioni di morti per fame circa nei prossimi 10 anni che per una persona sensata è inaccettabile. La soluzione non è solo la crescita ma soprattutto ancora una volta la redistribuzione. Facendo dei calcoli grossolani da approfondire meglio, per tamponare il problema della fame nel mondo immediatamente occorrerebbe tassare il 10% più ricco delle persone che detengono l’80% della ricchezza mondiale per 365 dollari all’anno (un caffè al giorno….). Anche questa del resto è sempre la media dei polli di Trilussa. Di quel 10% che detiene l’80% della ricchezza c’è l’1% (77 milioni di persone) straricco che detiene da solo il 50% delle ricchezze mondiali che può donare (liberamente o attraverso il sistema fiscale) moltissimo di più che un caffè al giorno…

Bisogna poi considerare che il problema della sopravvivenza aggravata dall’emergenza sanitaria comincia ad interessare anche noi seppure in misura molto inferiore e speriamo solo congiunturalmente.

La redistribuzione nel nostro mondo è quindi un imperativo categorico che riguarda:

  • sia strumenti di politica economica tra paesi produttivi tra cui quelli che io propongo (tassa sul welfare, tassa sulla tecnologia, agevolazione fiscale di strumenti di capitalismo diffuso),
  • sia pura liberalità solidale ed esportazione laddove possibile di un modello di funzionamento economico, per i paesi sottosviluppati.

L’obiezione che spesso si fa ad una politica redistributiva su base mondiale è la sua  sostenibilità. Sarebbe lungo trattare compiutamente anche questo argomento ma basta dire, ad esempio che basterebbe indurre la popolazione mondiale ad una dieta un po’ più a base di vegetali e si avrebbe:

  • la tecnologia dell’agricoltura verticale in grado di moltiplicare la resa per ettaro dei territori agricoli,
  • meno inquinamento derivante dagli allevamenti di bestiame (che sono una delle cause principali di inquinamento oltre che causare immensi consumi di acqua).

Tra l’altro per inciso si ridurrebbero le sofferenze indicibili che infliggiamo su larga scala ai poveri animali di allevamento.

Tutto questo può sembrare un obiettivo impossibile, ma forse con un po’ di fantasia è un po’ di ragionevolezza può essere alla portata. 

Bisogna perciò agire ed organizzarci.

L’alternativa è l’implosione del nostro mondo in una conflittualità crescente  fra sempre più assurde ricchezze è sempre più estreme povertà.

Per concludere tra l’altro il libro è pubblicato su Amazon (lupus in fabula)… questo dimostra l’importanza della tecnologia che mi ha consentito di pubblicare senza passare per le forche caudine delle tradizionali case editrici… ma per mettere un prezzo basso corretto (se non ricordo male il libro nella versione cartacea costa tra i 10 e i 15 euro) il margine rimane tutto ad Amazon e jeff bezos, non tanto per il mio libro purtroppo ma per tutto il resto, diventa appunto sempre più ricco….

Il mondo del futuro delineato è già in parte esistente, anche se probabilmente noi non lo vedremo nella sua compiutezza.  Ma dobbiamo indirizzarlo già da oggi per amore dei nostri figli attraverso un percorso come detto soprattutto di redistribuzione rispettosa dell’ambiente. Questo, date tutte le considerazioni effettuate su destra e sinistra, è oggi a mio avviso il ruolo della politica in campo economico perché è quello che definitivamente serve per un percorso di crescita equilibrata, solidale e sostenibile

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