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ALBERTO BIASI

di Fabio Valerini

Tutti concordano che vedere un’opera dal vivo è tutt’altra cosa dal vederla riprodotta su un catalogo: su questo non ci sono dubbi. 

Ma ci sono casi – e per le opere espressione dell’arte cinetica è così – chi guarda non può che essere nello stesso spazio fisico dell’opera: lo spettatore è parte necessaria dell’opera. 

E di ciò ci rendiamo ben conto dopo aver visitato a Roma la mostra Alberto Biasi – Un tutto nell’arcobaleno allestita al Museo dell’Ara Pacis che ha offerto un percorso della ricerca concettuale di un maestro dell’arte contemporanea di rilievo internazionale con molte sperimentazioni proprio anche nell’arte cinetica.

La necessità della contestualità tra lo spettatore e l’opera può essere declinata secondo diverse prospettive.

La prima prospettiva è quella per cui è necessaria l’osservazione dello spettatore: se volessimo individuare un’opera che può sintetizzare per immagini una chiave di lettura dell’intera opera – seppur in evoluzione – è proprio Occhio inquieto (1962-1963) per la centralità dell’atto di vedere.

Quel vedere che ha assume un significato tutto nuovo anche nel suo rapporto con la natura grazie agli studi la psicologia della Gestalt, della percezione diffusi all’epoca in cui iniziava l’avventura di Biasi con il gruppo N. 

Ma quell’occhio dello spettatore è anche ciò che ci riporta all’origine dell’opera di Biasi e del Gruppo N: per dirla con le parole di Giulio Carlo Argan lo spettatore “non è un tipo astratto, è un individuo: è condizionato da una cultura, dalle intese nozionali del suo gruppo sociale, dalla propria esperienza e dalle proprie abitudini”.

L’atto del vedere non è un atto neutro: non tutti vedono la stessa cosa come dimostra Cesare Musatti nel suo celebre Psicologia della testimonianza.

Al di là delle suggestioni teoriche che pure ritroveremo, ecco quindi che, sul piano pratico, serve l’occhio dello spettatore che si muove davanti all’opera.

Le opere di Biasi “si muovono se tu ti muovi, si fermano se tu ti fermi …la contemplazione non basta. Occorre la “collaborazione” tra quello che una volta di definiva il “soggetto” e quel suo dirimpettaio che si definiva l’oggetto” ” (Dino Formaggio, 1994).

Occorre porsi non staticamente frontali all’opera, ma in movimento rispetto all’opera che rimane ferma: soltanto così si apprezza il senso di movimento che essa è in grado di trasmettere, un movimento virtuale frutto di quella che è stata significativamente definita un’illusione che sancisce “una complicità tra percipiente e percepito, oltre che una reciprocità tra vedere e sapere” (Alberto Zanchetta, 2013).

Ma c’è una seconda prospettiva per cui è necessaria la presenza dello spettatore che, però, smette di essere tale e diviene attore perché serve la sua attività.

Ce ne rendiamo conto nel caso di Eco (1974) dove il soggetto, anzi per meglio dire la sua ombra, viene impressa con un flash sulla quinta per poi svanire qualche secondo dopo.

La ricerca e la produzione di Biasi sono certamente complesse e in evoluzione e proprio per questo merita la lettura del bel volume Alberto Biasi Antologia critica 1965-2021 (a cura di Guido Bartorelli e Marta Previsti ed edita da Cleup, 2021) nel quale sono raccolti testi critici che forniscono le chiavi di lettura di questo protagonista dell’arte italiana del Secondo dopoguerra che si muove tra l’arte “cinetica”, l’arte “programmata” e “optical art” con un’attenzione alle modalità di costruzione tecnico scientifica delle sue opere che, come lo stesso disse in un’occasione, sono difficilmente riproducibili.

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FABIO VALERINI
FABIO VALERINIhttps://atenapress.online
Direttore responsabile Atena Press

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