martedì, Aprile 16, 2024
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La “sindrome dell’Havana” e il Reseat americano nel sud – est asiatico.

Dopo il ritiro dall’Afghanistan, viene alla luce il lavoro politico-diplomatico della Casa Bianca per garantire la stabilità nell’area dell’indo-pacifico


Un vero e proprio giallo diplomatico coperto di mistero, proprio come nei film di spionaggio.  Il caso della “sindrome dell’Havana” è scoppiato alla fine di agosto, proprio mentre era in corso il viaggio della vicepresidente degli Stati Uniti, Kamala Harris. La “sindrome” è stata segnalata in Vietnam, prima dell’arrivo di Kamala ad Hanoi, previsto dopo una tappa a Singapore; tour finalizzata alla definizione di alcuni obiettivi importanti, come in primis, la ridefinizione della presenza Usa nella regione dopo il ritiro dall’Afghanistan. 

Mentre la numero due della Casa Bianca stava per decollare da Singapore verso Hanoi, il suo volo è stato bloccato per ore, dopo un allarme dovuto a due casi di “sindrome dell’Havana”;sindrome che avrebbe colpito due diplomatici statunitensi ad Hanoi. La notizia ha fatto presto il giro del mondo, ed il viaggio della vicepresidente americana è venuto alla ribalta sull stampa internazionale per questo evnto anomalo. 

Ma cos’è la sindrome dell’Havana? La prima volta se ne parló nel 2016, quando  una serie di misteriosi incidenti di salute furono segnalati, per la prima volta, da diplomatici americani nella capitale cubana. 

La sindrome è causata dalla trasmissione di microode, che provocherebbero dei malori: mal di testa, annebbiamenti, perdita della memoria, nausea, problemi all’udito. 

Diverse segnalazioni, in questo anni, sono state fatte da diplomatici americani anche in Germania, Austria, Russia e Cina. L’intelligence americana attribuisce le responsabilità alla Russia, nutrendo il sospetto che si tratti dell’ultima arma segreta utilizzata nella guerra di spionaggio internazionale. 

Non sarebbe allora una semplice coincidenza che la sindrome misteriosa sia apparsa proprio dopo che la vice della Casa Bianca aveva pronunciato parole forti a Singapore, condannando la Cina per le sue incursioni nel mar cinese meridionale. Kamala Harris ha infatti colto l’occasione per  “richiamare all’ordine” Pechino, con una dura condanna contro le politiche aggressive e le pretese egemoniche nell’area dei mari asiatici. La Cina, non da oggi, starebbe esercitando, continue “coercizioni e intimidazioni, rivendicando illegalmente la stragrande maggioranza delle acque del mar Cinese meridionale”. Una minaccia, secondo la Harris,”per i Paesi asiatici”. Le “azioni cinesi minaccerebbeto, inoltre, la sovranità delle nazioni”. In questo senso  la vicepresidente Usa ha, ribadito “il pieno sostegno degli Stati Uniti agli alleati del Sud est asiatico, area di vitale importanza”.

Le dichiarazioni molto bellicose della Harris si inseriscono in un contesto di  guerra fredda tra Cina e Usa, iniziata principalmente con l’amministrazione Biden, che ogg, con il ritiro dall’Afghamistan, rischia anche di perdere il controllo nella regione, lasciando campo libero all’espansionismo del Dragone. 

Forse proprio nella prospettiva di abbassare la tensione crescente tra Usa e Cina, va letto il tentativo di Biden di aprire un canale di dialogo tra i due antagonisti. Dopo le parole forti di Kamala, infatti, è arrivata la telefonata del Presidente americano, . che il 9 settembre ha parlato con il presidente cinese Xi Jinping; iniziativa di conciliazione avvenuta per la prima volta in sette mesi, e dopo poche settimane dal discorso di Hamala Harris a Singapore. 

Biden ha infatti espresso al suo analogo cinese l’auspicio che la “competizione” tra i due Paesi non si traduca in “conflitto”, manifestando la disponibilità degli Stati Uniti a non fare degenerare i rapporti tra i due paesi. Il presidente Biden ha quindi sottolineato l’interesse americano alla pace, alla stabilità e alla prosperità nell’area dell’Indo-Pacifico

foto tratta dal profilo facebook di Kamala Harris

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