lunedì, Aprile 22, 2024
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Mobilità e socialità grazie al certificato verde COVID-19.

Ma la nostra privacy è a rischio?

Maggiore mobilità e più occasioni di socialità se si avrà a disposizione una sorta di passaporto sanitario che il Governo ha chiamato certificazione verde COVID-19.

Saranno tre le strade per poter ottenere questa nuova certificazione alla quale il Governo ha pensato per aumentare la mobilità e la socialità in questo periodo di pandemia: vaccinazione, guarigione o test negativo.

Il green pass fa seguito ad una proposta della Commissione europea ed è già in uso in Danimarca che, prima in Europa, ha lanciato il corona-pass.

La Francia ha reso possibile certificare sull’applicazione in uso il risultato dei test, ma non ancora l’avvenuta vaccinazione.

Oggi anche in Italia è previsto il certificato verde: si tratta dell’articolo 9 del decreto legge 22 aprile 2021, n. 52 dedicato alle riaperture e sarà operativo fino a che non sarà attuato il green pass europeo previsto per giugno di quest’anno.

Il certificato, cartaceo o digitale, sarà rilasciato a richiesta dell’interessato e sarà valido per 6 mesi nel caso di avvenuta vaccinazione o guarigione (e fatta salva l’ipotesi che il titolare non sia successivamente accertato positivo al COVID) e sarà reso disponibile nel fascicolo sanitario elettronico. Nel caso di certificato rilasciato dopo il test, molecolare o antigenico, la validità sarà di 48 ore.

Ma che cosa consentirà di fare in più il passaporto sanitario? Sostanzialmente saranno tre gli ambiti della sua possibile operatività. 

In primo luogo, consentirà gli spostamenti in entrata e in uscita dai territori collocati in zona arancione o rossa a chi non si sposta per comprovate esigenze lavorative o per situazioni di necessità o per motivi di salute, nonché’ per il rientro ai propri residenza, domicilio o abitazione.

In secondo luogo, il certificato verde potrà consentire al possessore di derogare a divieti di spostamento da e per l’estero o agli obblighi di sottoporsi a misure sanitarie in dipendenza di quegli spostamenti.

In questi due ipotesi emerge una caratteristica molto importante e che rappresenta una scelta anche europea: la certificazione serve ad aumentare le occasioni di mobilità e non vuole essere una precondizione per esercitare la propria libertà di movimento ovviamente alle condizioni imposte dalla pandemia (e, infatti, l’Europa non ama neppure che il certificato venga chiamato passaporto).

In terzo luogo, potrà rappresentare il lascia-passare per poter partecipare ad eventi aperti al pubblico o ad eventi sportivi, fiere, congressi e convegni anche in via riservata: un’applicazione potrebbe essere quella degli Europei 2020 rinviati a quest’anno dopo che l’Uefa ha annunciato la volontà di far rientrare il pubblico negli stadi.

La strada per recuperare la mobilità quindi è stata avviata, ma sembra che già ci siano i primi problemi operativi di una certa importanza perché i dati contenuti nel certificato sono inevitabilmente sensibili.

Ed infatti, il Garante per la privacy ha inviato un avvertimento formale al Governo lamentando gravi criticità del certificato verde dovuti anche al fatto di non aver coinvolto l’authority di settore prima dell’adozione della legge.

Secondo il Garante il sistema di certificazione non indica chi sia il titolare del trattamento cui rivolgersi in caso di informazioni sbagliate e richiede che siano indicati sul certificato troppi dati rispetto a quelli necessari per lo scopo per il quale è pensato (e, cioè, far controllare l’esistenza di un certificato valido nelle varie occasioni).

Inoltre, l’assenza di finalità rende ipotizzabile che in futuro potranno essere possibili molteplici e imprevedibili utilizzi dei dati contenuti nel certificato: tutto sembra sarà disciplinato da un decreto del Presidente del Consiglio dei ministri.

L’impressione è, quindi, che le nostre maggiori possibilità di muoverci e di socializzare dipenderanno non tanto dal certificato, ma dalla capacità di completare la campagna vaccinale e di affrontare anche il tema dei tempi e del costo dei test.

Se, infatti, in assenza di vaccinazione l’alternativa è (giustamente) il test, per evitare problemi etici del green pass occorrerà mettere a disposizione test gratuiti (come quelli avviati dalla Croce Rossa con il finanziamento della Commissione europea) onde evitare che possano rappresentare una indiretta forma di discriminazione.

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