lunedì, Aprile 22, 2024
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BELFAST: Un Bianco e Nero che insegna l’importanza del colore

Recensione del film di Kenneth Branagh

di Andrea Locuratolo

Oggi parliamo di Belfast, film scritto e diretto da Kenneth Branagh, vincitore del premio per la miglior sceneggiatura originale, candidato come miglior film e anche per la miglior regia agli Oscar 2022. Personalmente ritengo che Belfast meritasse molto di più, non tanto per i premi, che lasciano il tempo che trovano, quanto per l’impatto con il pubblico, che sembra essere rimasto un po’ troppo indifferente, forse proprio per essere così diverso dai film che siamo abituati a vedere oggigiorno. 

Il film racconta della guerra civile scoppiata in Irlanda del Nord negli anni ’60 che vede coinvolti cattolici e protestanti, narrata però attraverso gli occhi innocenti di un bambino, Buddy, che verrà segnato indelebilmente da questi eventi. Infatti, in seguito allo scoppio del conflitto, oltre che per via di vari problemi economici, la famiglia di Buddy viene posta davanti ad un bivio: continuare a vivere una vita difficile a Belfast, con un padre che lavora in Inghilterra, con costanti problemi economici e con un conflitto appena scoppiato, oppure trasferirsi in Inghilterra, in un altro contesto socio-culturale e per un certo senso anche linguistico, da cui il piccolo Buddy è spaventato a morte. Questi sono a grandi linee gli argomenti di cui parla il film, non dirò però altro sulla trama, perché il film è troppo bello per essere raccontato da me e necessita di essere visto. 

Passiamo ora invece ad analizzare le peculiarità della pellicola semi autobiografica di Branagh: in primo luogo credo che di rado si assista a film così delicati, eleganti ed emozionanti, soprattutto nel cinema odierno. 

Ma una delle cose che ho apprezzato maggiormente è il rapporto tra tensione e distensione sempre estremamente bilanciato: non c’è una rottura, il drammatico si mescola al comico e al sentimentale, scene di guerriglia urbana si alternano con la vita serena di una comunità che ama divertirsi, la scena di un funerale lascia il posto ad un dolce scena di ballo, quasi come se il regista volesse dirci: questa è Belfast, croce e delizia, mille motivi per andarsene e altrettanti per rimanere.

A rendere equilibrato il film sono i contrasti stessi, la via del bene e del male che non sono disgiunte tra loro, come invece il pastore protestante vorrebbe farci credere. Insomma, siamo davanti ad un film fatto di contrasti che però non raggiungono una sintesi, un film per l’appunto in bianco e nero, ma che ci insegna l’importanza del colore, il quale ha una certa rilevanza nel film. 

Il colore infatti incornicia il film e rappresenta l’arte stessa. Vediamo infatti che esso è presente nella scena teatrale e si rispecchia sulle lenti degli occhiali della nonna di Buddy, è presente al cinema, quasi come a significare che cinema e teatro rappresentino la luce nella vita di Buddy.

Potrei continuare a parlare per ore del grande uso che il regista fa dei piani sequenze, della geometricità e dell’uso delle linee, delle inquadrature a lungo campo che arrivano subito ad un campo molto stretto, tratteggiando quindi la necessità di delineare un individuo e il contesto socio-culturale in cui è proiettato, ma non lo farò: leverei sicuramente poeticità ad un film che parla da sé. 

Buona visione. 

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